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Comune di Genzano di Roma

Elenco personaggi storici

Hamerani (Haimeran, Hameran) è il cognome di una famiglia di orefici e incisori di monete e medaglie, originari della Baviera, attivi a Roma dal XVII al XIX secolo.
Giovanni Hamerani (1763-1846) è importante nella storiografia genzanese poiché comprò un palazzo, poi ceduto, nel 1843 all’amministrazione comunale e oggi sede Palazzo Comunale.
Giovanni Hamerani nacque a Roma il 30 luglio 1763. Appena ventunenne vinse il primo premio dell’Accademia di belle arti di Parma per il progetto di una biblioteca in stile dorico.
Molto portato per le incisioni, dopo la morte del fratello Giacomo tornò a curare gli affari di famiglia e si dedicò all’arte della medaglia, ricevendo la nomina di incisore della Zecca pontificia il 15 maggio 1801.
Da una lettera di Wilhelm von Humboldt a J.W. Goethe, datata 23 Agosto 1804, si apprende come anche Giovanni si dedicasse alla coniazione e al commercio di antiche medaglie pontificie.
Giovanni Hamerani morì a Roma il 13 novembre 1846 e con lui si estinse il ramo maschile della dinastia degli Hamerani.

Gino Cesaroni (5 dicembre 1919 – 16 gennaio 1997)
Gino Cesaroni è stato sindaco di Genzano di Roma ininterrottamente per 27 anni. Esempio di impegno politico e amministrativo, si distinse nel dopoguerra durante la lotta per l’occupazione delle terre. E’ stato interprete dell’anima laica e di quella religiosa della sua comunità.
Nessun avversario politico poté competergli l’egemonia in termini di prestigio e carisma personale che vantava tra la popolazione. Cesaroni rimase sempre fedele all’immagine di politico e amministratore molto legato al proprio lavoro condotto quotidianamente in campagna.
Il Sindaco contadino è ricordato ancora oggi con rispetto e nostalgia, frutto anche, inevitabilmente, di tempi in cui il rapporto tra elettori e politica era mediato e legittimato dal riconoscimento di un’appartenenza ad un medesimo vissuto, ad una storia in comune, ad un nucleo di valori condivisi e sostanzialmente stabili.
All’ultima prova elettorale passò al primo turno superando il 56% dei voti.
Iscritto al Pci dal 1942, consigliere comunale dal 1946, consigliere provinciale dal 1952 al 1966, è stato Deputato per due legislature, dal maggio 1968 al luglio del 1976, eletto nella circoscrizione Roma.
Come sindaco di Genzano di Roma, è ricordato oltre che per l’innalzamento del livello dei servizi urbani e assistenziali, straordinario per l’epoca con strutture sportive, scolastiche, sanitarie, anche per aver fatto ottenere il riconoscimento “DOC” per il vino locale e l”‘IGP” per il pane Casareccio l’Indicazione Geografica Protetta pane casareccio di Genzano, ottenuta con la registrazione europea con Regolamento CE n. 2325/97. Ha contribuito in modo fondamentale, inoltre, a far conoscere al mondo l’Infiorata” Genzanese, con edizioni in Usa e Giappone.
Il suo abituale ritmo giornaliero contemplava il lavoro nei campi, iniziato all’alba, poi in ufficio per l’attività amministrativa, in cui era centrale il contatto con la gente che chiedeva udienza. “Ascoltare i cittadini è fondamentale” ripeteva e anche tra gli avversari politici è stato giudicato un esempio di rettitudine morale e di efficienza amministrativa.
Gino Cesaroni è morto il 16 gennaio del 1997 all’età di 78 anni in seguito alle complicazioni intervenute dopo un incidente stradale sulla via del ritorno da un incontro alla Regione Lazio.

Eugenio Cisterna (1862-1933)
Genzano di Roma ha dato il Natale ad un grande ed eclettico artista: Eugenio Cisterna. Noto soprattutto come artista a tema religioso, poco più che dodicenne si trasferì a Roma dove frequentò la bottega di Andrea Monti e divenne amico del figlio di questo Virginio, che era pittore e decoratore di chiese. Di Virginio Monti sposò la sorella Emilia. Insieme a Virginio Monti, il Cisterna decorò numerose chiese parrocchiali che sorgevano nei nuovi quartieri della Roma umbertina. Restauratore, imitatore di stili e tecniche antiche, fotografo, studioso di iconografia cristiana ed esperto di pittura medievale, nel 1900 fondò anche una famosa fabbrica di vetrate artistiche, lo Studio vetrate d’arte Giuliani.
Eugenio Cisterna uscì presto dai confini romani e poi nazionali firmando molti lavori nel milanese, a Piacenza, a Lourdes e Milano, dove, nonostante fosse stato colpito da una parziale paresi, volle ugualmente eseguire i disegni per la cappella funebre di casa Pirelli nel cimitero monumentale. Questo fu il suo ultimo lavoro poiché morì nella sua amata Genzano il 22 settembre 1933.
Alcune sue opere:

  • Dittico raffigurante S. Brigida e S. Teresa, Chiesa di Santa Brigida (Roma)
  • Convito eucaristico, Chiesa del Corpus Domini (Roma), abside
  • Teoria di Angeli salmodianti, Chiesa del Corpus Domini (Roma), navata centrale e arcata sopra il presbiterio
  • Scene del Pastor Bonus, Chiesa della Sacra Famiglia in via Sommacampagna, Roma (non più esistente)
  • Martirio di S. Emerenziana, Funerali di S. Agnese e Pala dell’altare raffigurante S. Agnese, Chiesa di S. Agnese fuori le Mura (1896)
  • Pala d’altare con il Sacro Cuore e Pala d’altare con l’Immacolata, Chiesa di San Vincenzo de Paoli all’Aventino
  • Trittico dell’Addolorata, Chiesa di Santa Maria del Suffragio (Milano)
  • Affreschi, Chiesa dei Santi Giorgio e Martiri inglesi (Roma)
  • Affreschi, Chiesa di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori in Via Merulana, Roma
  • Presentazione al tempio, Chiesa di Santa Maria Bambina a Milano
  • Affreschi, Chiesa del Corpus Domini a Milano, cripta

Anita Ekberg
“Vieni Marcello, vieni”. “Marcello came here” Questa frase rimarrà indelebile nella storia del cinema, così come la meravigliosa attrice che l’ha pronucita: Anita Ekberg. La Dolce Vita di Federico Fellini è quella vissuta dall’attrice durante di gloria, quelli in cui la sua bellezza era indiscussa e quando tutto il mondo la reclamava, lei sceglieva Genzano di Roma come seconda casa. Per oltre trent’anni ha vissuto nella fiorente cittadina dei Castelli Romani: discreta e sempre elegante anche nei momenti più difficili, quando il tramonto della vita ha coinciso con quello dei riflettori.
Anita Ekberg si è spenta a gennaio 2015 dopo un anno di malattia: una tumore al fegato ha vinto le forze residue. Per volere dell’attrice il corpo è stato sigillato e non è stato possibili visitare il feretro. Genzano si è bloccata e una manifestazione spontanea ha affollato le strade, in memoria di una grande attrice: la città ha voluto restituite alla Ekberg la preferenza accordata.

Michael Ende (1929-1995)
L’opera più famosa di Michael Ende è sicuramente La Storia Infinita, romanzo ispirato e scritto a Genzano di Roma, così come l’altro suo grande successo Momo, da alcuni ritenuto il vero omaggio a Genzano.
Ne La Storia Infinita Il personaggio di Morla, la tartaruga gigante da cui si reca Atreiu (il protagonista guerriero della Storia Infinita) gli è stato ispirato da Montegiove, il colle Genzanese su cui si affacciava la finestra della sua camera da letto.
Ende, infatti, visse a Genzano dal 1971 al 1985, in un villino proprio in via Monte Giove, sulla stessa strada e a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla residenza di un altro mostro sacro della cultura tedesca del ‘900: René Gustav Hocke.
Lì scriveva di notte suoi romanzi, amava curare le sue piante e da buon tedesco amava la birra e non disdegnava le baldorie quando i suoi amici dalla Germania lo venivano a trovare. Antinazista, rifiutò la divisa tedesca, entrò in un’associazione antinazista e si dedicò allo studio delle arti e della scrittura.
Nei suoi libri traspare la speranza che egli nutriva nei bambini, unica vera uscita da un mondo devastato da due guerre mondiali.
Quando uscì il film de La Storia Infinita, Ende non ne fu entusiasta perché la pellicola non corrispondeva perfettamente al racconto: fece causa alla produzione, ma perse la vertenza.
Per Ende l’Italia e in particolare l’amata Genzano erano la seconda casa e decise di tornare in Germania nel 1985, subito dopo la morte dell’amata moglie. Morì dieci anni dopo, nel 1995, dopo una lunga malattia.

Mario dell’Arco (1905-1996)
Mario dell’Arco nome scelto per firmare le sue opere letterarie è stato un architetto e poeta italiano.
È riconosciuto come il massimo poeta romanesco del Novecento insieme a Trilussa. Pier Paolo Pasolini proponeva per di più un collegamento diretto col grandissimo Belli: “l’aura metafisica di dell’Arco è trasposta tutta su un piano di puro gioco verbale, presupposto da uno stesso fondo cattolico che concede al Belli la violenza del sacrilegio, a dell’Arco il gioco dell’intelligenza”. Il “caso dell’Arco” nasce nel 1946, quando Antonio Baldini, nella premessa all’opera prima, inserisce il nuovo poeta romanesco in un panorama che coinvolgeva personaggi diversissimi come Dante, Pontano, Borromini, Belli, Mallarmé, Pascoli, Palazzeschi e Govoni.
Come architetto, insieme a Mario Ridolfi, progettò il Palazzo delle Poste di piazza Bologna a Roma e la fontana di piazza Tacito a Terni, con i mosaici di Corrado Cagli.
Mario dell’Arco è morto a Roma il 3 aprile 1996. Aveva avuto, l’anno precedente, una grande soddisfazione con la concessione della cittadinanza onoraria da parte del Comune di Genzano di Roma (o come lo stesso poeta amava chiamare Genzano dell’infiorata) il paese in cui si era ritirato nel 1966.
Riposa insieme ai suoi cari nel cimitero di Genzano nella tomba da lui stesso progettata.
il 23 aprile 2016, l’Amministrazione Comunale in collaborazione con il Centro Studi sulla Cultura e l’Immagine di Roma, ha inaugurato, alla presenza del figlio Prof. Marcello Fagiolo dell’Arco, Direttore del Centro Studi, un monumento alla memoria del grande poeta romanesco nel Parco sforza Cesarini Una sorta di stele-albero che riproduce in bassorilievo bocciardato le fronde di un Olmo, cui è dedicata la poesia sulla stele e la sagoma di un capitello corinzio, memore dei trascorsi di architetto di Mario dell’Arco. La stele, inoltre, alla base della quale è stato posto il tronco di uno degli antichi Olmi delle storiche olmate, riproduce il ritratto del Poeta, opera di Drăguţescu Eugen e un bassorilievo con un disegno di Renato Torti. La stele è opera dello scultore Nicola Farina su disegno di Virginio Melaranci.

Maurizio Fagiolo Dell’Arco (1939-2002)
Figlio del poeta e architetto Mario dell’Arco, è stato giornalista e professore all’Accademia di Belle Arti di Roma e giornalista (“L’Avanti”, “Il Messaggero”, “Il Giornale dell’Arte”).
Laureato in Storia dell’arte alla Sapienza di Roma, allievo di Giulio Carlo Argan,Maurizio Fagiolo dell’Arco è stato uno dei massimi esperti del Barocco romano (fu lui a inventare lo studio della «festa barocca»). Aveva inoltre compiuto studi su Caravaggio e sul Bernini (al quale aveva dedicato una biografia edita da Laterza) e si era occupato di Futurismo e Realismo magico oltre che di artisti come De Chirico e Balla.
Nel 1999 aveva donato la sua collezione al museo del Barocco di Palazzo Chigi di Ariccia.
Morto improvvisamente per una crisi cardiaca, è seppellito accanto ai suoi genitori nel cimitero di Genzano di Roma.

Famiglia Jacobini
Gli Jacobini, oriundi di Parma, s’erano stabiliti a Genzano intorno agli anni ’30 del’600 ed approfittarono delle elargizioni di terreno edificabile promosse dai Cesarini già dai tempi di Giuliano. Dell’illustre casata, Giovanni ne fu un membro tra i più noti, avendo ricoperto non solo la carica di Governatore di Genzano per molti anni, ma anche per avere direttamente partecipato, in qualità di tecnico-agrimensore, al tracciamento dei nuovi rettifili di espansione urbana di via Livia e via Sforza.
Di Giovanni si conserva una sbiadita copia di un suo ritratto eseguito da Carlo Maratti (1625-1713) Proprio il celebre pittore marchigiano intrattenne con gli Jacobini, ed in particolare con Giovanni ed il fratello Christofaro, un lungo rapporto di amicizia nato in occasione delle frequenti villeggiature che il Maratti si concedeva a Genzano presso il suo casino.
Camillo Jacobini (1791 – 1854) è stato un politico e imprenditore italiano, fu commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno, Ministro del Commercio, Belle Arti, Industria, Agricoltura e Lavori Pubblici durante il pontificato di Pio IX.
Il commendatore Camillo Jacobini morì il 21 marzo del 1854 senza avere la soddisfazione di vedere conclusa la costruzione del ponte di Ariccia, opera che lo impegnò severamente tra gli anni 1847 – 1854.
Fu sepolto, assieme alla sorella Ottavia e al fratello monsignor Gaetano Pietro (1789-1858), nella chiesa di Genzano dei Cappuccini nel primo vestibolo di sinistra; il monumento sepolcrale dedicato a Camillo contiene il ritratto marmoreo del Ministro ed una lapide nella quale è riprodotta l’immagine del ponte, opera dello scultore romano Pietro Tenerani (1789-1869) esponente di spicco del movimento purista.
Di pregio il bellissimo Palazzo Jacobini, situato in una delle vie principali di Genzano di Roma, Via Bruno Buozzi già Via Sforza, realizzato nel 1707 da Christofaro e Giovanni Jacobini, Governatore di Genzano, su concessione del terreno da parte del Duca Federico Sforza e su disegno, probabile, di Ludovico Gregorini, l’architetto del palazzo Sforza Cesarini.

Tommaso Frasconi
Fu sindaco di Genzano dal 1914 al 1917, poi dal 1920 al 1921, è morì al confino nel 1938. A lui fu intitolata l’omonima Piazza che fece costruire a partire dal 1916.
Tommaso Frasconi fu eletto sindaco per la prima volta nel 1914, ponendo fine alla lunga egemonia dei Mazzoni.
Tommaso Frasconi fu leader indiscusso del socialismo genzanese per circa un ventennio e presidente della Lega dei Contadini di Genzano che guidò i moti del pane e quelli contadini iniziati nel periodo post-unitario e conclusi nel 1919 a seguito di uno sciopero ad oltranza guidato proprio da lui.
L’anno della sua morte, il 1938, era caposaldo della Resistenza genzanese contro il fascismo e fu coinvolto in uno dei fatti più emblematici di quel tempo. Il 21 aprile, a Genzano, un gruppo di militanti fascisti già noti per altri fatti di violenza compiuti in quegli anni, raggiunse l’ex sindaco nella sua vigna dove egli si era recato a lavorare insieme al figlio, nonostante la ricorrenza del Natale di Roma. Fu brutalmente picchiato a calci, pugni e gli fu somministrato olio di ricino. Stessa sorte al malcapitato figlio che, anche se inizialmente riuscì a scappare, fu ripreso e vessato nella sede del fascio. Per la sua indefessa attività anti-regime, nel 1938, Frasconi fu condannato al confino dove morì pochi mesi dopo questi fatti.
La Lega dei Contadini e i Moti del Pane
La Lega dei Contadini di Genzano si formò nel 1892 e fu protagonista dei moti del pane scoppiati nel 1898 a seguito dell’uccisione dei contadini Pace e Tempesta, scesi in piazza accanto alle donne genzanesi per chiedere l’impiego delle bilance pubbliche sulle quali pesare il pane. Questo, infatti, costava all’epoca circa 50 centesimi al chilo, a fronte della giornata lavorativa di un contadino, che ne guadagnava al massimo 22. L’alto costo era dovuto principalmente al dazio di 35 centesimi sul grano che faceva lievitare i costi, diventati ormai insostenibili per la povera gente.
I moti del pane s’inseriscono nel movimento più ampio dei moti contadini e nel 1908 a seguito di uno sciopero cui aderirono circa 1.400 vignaioli, riuscirono a far porre per iscritto nel rinnovo dei contratti di lavoro, la riduzione della giornata lavorativa a sei ore.
Genzano fu il primo comune ad ottenere questo risultato, ponendosi come esempio anche per gli altri. Nel 1919, sempre sotto la guida di Frasconi, i contadini Genzanesi, dopo una stagione di scioperi ad oltranza, lotte e combattimenti, riuscirono ad ottenere condizioni salariali rispettose, orari migliori anche per le altre categorie, e imposero ai proprietari terrieri i rappresentanti contadini.

Enrico Gui (1841-1905)
Laureatosi ingegnere nel 1863, Enrico Gui fu presto insegnante nella scuola d’ingegneria dell’università di Roma e dal 1873 e fino alla sua morte, prese la cattedra di Architettura delle Tecniche. Nel 1902-1903 fu presidente dell’Accademia di S. Luca.
Enrico Gui è una delle figure interessanti dell’architettura romana della seconda metà del XIX secolo ed ebbe come tema quasi unico lo studio dei monumenti del Rinascimento e l’adattamento, spesso inadeguato, dei loro elementi all’architettura moderna. Enrico Gui è conosciuto soprattutto per aver condotto a Roma il famoso restauro della cosiddetta “piccola Farnesina” dei Baullari, su Corso Vittorio, motivo di accese polemiche per le note dispute sulle teorie del restauro dell’epoca.
Oltre alla realizzazione della Villa Piancastelli a Fusignano, si conoscono di lui due progetti per la sistemazione di Piazza Colonna a Roma e per una fontana monumentale a piazza S. Pantaleo sempre nella capitale.
A Enrico Gui Genzano deve il bello ed elegante Cimitero Monumentale.

Inti Illimani
Dal 1973, per diversi anni seguenti, Genzano ospitò durante il loro esilio politico, il famoso gruppo musicale cileno Inti Illimani.
Il nome del gruppo è composto da due parole Inti – parola del Quechua che significa sole – Illimani parola dell’Aymara che representa una cima della catena delle Ande)
Il gruppo nacque nel 1967, all’interno dell’Università Tecnica di Santiago del Cile. Dopo le tournée in Sud America, nel 1973 gli Inti Illimani arrivarono in Europa e costretti a diventare esuli forzati a causa del colpo di stato di Augusto Pinochet.
L’esilio in Italia, dove ai membri del gruppo venne riconosciuto il diritto di asilo politico, durò dal 1973 al 1988. Gli Inti Illimani vissero l’esilio inizialmente a Genzano di Roma e poi a Roma, da dove appoggiarono le campagne per la restaurazione della democrazia nel loro Paese.
Memorabili e partecipatissimi dalla popolazione genzanese, i concerti estivi del gruppo, naturalmente adottato dalla comunità locale per naturali e consolidate affinità politiche.
Nel 1973 il gruppo era formato da:

  • Horacio Duran Vidal
  • José Seves Sepúlveda
  • José Miguel Camus Vargas
  • Horacio Salinas Alvarez
  • Jorge Coulon Larrañaga
  • Max Berru Carrion

Alfredo Lambertucci (1928-1996)
L’architetto Alfredo Lambertucci (1928-1996) visse e costruì diverse abitazioni ed edifici pubblici a Genzano di Roma, come il Palazzetto dello Sport e il primo ampliamento del Cimitero Comunale tra il 1973 e il 1990. Le architetture residenziali più note sono la Villa Lambertucci, la Villa Castelli e le Case a schiera.
Nato a Matera, dopo gli Studi romani all’Accademia delle Belle Arti, Alfredo Lambertucci , nel 1953 conseguì la Laurea in Architettura presso la facoltà di Valle Giulia, (Sapienza).
Dal 1954 al 1966 Alfredo Lambertucci è assistente incaricato presso la cattedra di elementi di composizione del professore Roberto Marino. Questo ruolo gli permette di partecipare attivamente alla sperimentazione per la riforma del corso di studi in Architettura. Nel 1964, consegue la libera docenza in elementi di composizione, diventando docente alla Sapienza dal 1967 e ordinario dal 1981. Il suo rapporto con l’Università romana s’interromperà solo alla sua morte, avvenuta a Roma il 10 aprile 1996.
L’esordio professionale di Alfredo Lambertucci è il progetto della Chiesa parrocchiale di Consalvi a Macerata, realizzato nel 1953. Nel 1955 vince con l’amico e collega Claudio Dall’Olio il concorso di architettura per l’edificio di Farmacologia Medica dell’Università La Sapienza, poi realizzato nel lotto accanto all’istituto di Botanica, nella città universitaria.
In questi anni, Alfredo Lambertucci partecipa a vari concorsi di architettura, con esiti molto spesso ottimi, come per il complesso scolastico di Cremona (primo premio, 1955), per il motovelodromo olimpico di Roma (terzo premio, 1955) e per l’inclusione nell’elenco dei progettisti INA Casa. Con quest’ultimo progetto, Lambertucci affronta il tema della residenza, suo campo di interesse nella professione e nell’attività di docenza.
Nel 1958 Alfredo Lambertucci progetta la nuova sede della casa editrice Laterza a Bari e nel 1960 vince il concorso bandito dalla XII Triennale per una scuola a Rovigo. Nello stesso anno vince anche il concorso per un complesso edilizio a Ferrara.Tra il 1967 e il 1971, Lambertucci realizza il palazzo di Giustizia di Macerata, considerato da Bruno Zevi una delle architetture più rappresentative del XX secolo.
In quegli anni a Roma l’emergenza casa diventa un problema politico e sociale molto sentito dagli dagli architetti più impegnati. Alfredo Lambertucci progetta il complesso di Vigne Nuove, dell’IACP, nella zona Bufalotta.
A lambertucci si deve l’impianto e la concezione generale della Variante Generale al PRG di Genzano, approvata dalla Regione Lazio nel 2005.

Roberto Lordi (1894-1944)
Genzano di Roma ospitò il ritiro del generale di brigata Roberto Lordi Generale dell’aeronautica militare italiana martire delle Fosse Ardeatine e Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
Il generale Lordi partecipò alla prima Guerra Mondiale meritando alcune medaglie al valore. Dopo la guerra si laureò al Politecnico di Torino e successivamente prestò servizio presto l’Aeronautica Militare, partecipando ad alcuni spettacolari e pionieristici eventi aeronautici (organizzazione del il primo lancio collettivo di paracadutisti nel 1927, partecipazione al raid Roma-Torino-Londra nel 1928, prima trasvolata al mondo del Tibesti, la più elevata catena montuosa del deserto del Sahara).
Nel 1933 il generale Lordi fu inviato in Cina dove riuscì a costruirsi delle possibili vantaggiose commesse per l’Italia, i cui effetti vennero mitigati da una cattiva gestione da parte degli apparati dello Stato italiano. Il Lordi denunciò queste disfunzioni ma ciò gli costò caro: venne richiamato a riposo a soli 42 anni di età. Fu successivamente rinchiuso in un ospedale psichiatrico e poi inviato al confino.
Da civile si ritirò a Genzano e si unì alla resistenza nel 1943, combattendo a Porta San Paolo e distribuendo esplosivi ai partigiani. Il 17 gennaio 1944 si presentò spontaneamente alle carceri di via Tasso, assieme a Sabato Martelli Castaldi, per scagionare il proprietario del polverificio accusato dai tedeschi di aver fiancheggiato i partigiani; i due partigiani furono arrestati. Lordi fu torturato per oltre un mese e infine ucciso alle Fosse Ardeatine.

Carlo e Faustina Maratti
Carlo Maratti, pittore (1625-1713) del quale si è da poco celebrato il terzo centenario della morte[collegamento a fine file], è stato il più illustre caposcuola della pittura romana ed europea d’ispirazione classica, tra Seicento e Settecento.
In vita, egli è stato celebrato come il più grande pittore del suo tempo, influenzando anche sulla pittura del secolo successivo.
La sua presenza a Genzano – dove vi aveva stabilito la residenza di campagna, tra il 1690 e il 1703 – s’inscrive in una ristretta parentesi della sua produzione artistica, in cui ha costruito, insieme presumibilmente all’architetto Tommaso Mattei, il “nobile” Casino Maratti situato su, Via Belardi (al tempo Via Livia) arteria centrale di Genzano e più conosciuta come la Strada dell’infiorata.
Carlo Maratti rimase a Genzano fino al maggio 1703, ossia poco dopo il tentativo di rapimento di sua figlia Faustina Maratti, ad opera di Giangiorgio, figlio di Livia Cesarini e Federico Sforza.
Tale avvenimento provocò un grande scalpore a Roma e disonorò la famiglia Cesarini: da quel momento il pittore non fece più ritorno a Genzano di Roma.
Allievo di A. Sacchi, Carlo Maratti si formò studiando soprattutto le opere di Raffaello e dei Carracci. In stretto contatto con G. P. Bellori, che talvolta ne ispirò le composizioni, e con N. Poussin, nel 1650 esordì con la Natività (Roma, S. Giuseppe dei Falegnami).
Sotto l’ala protettrice di Papa Alessandro VII, Maratti lavorò prevalentemente a Roma dipingendo, grandi quadri d’altare (Visitazione, 1656, Santa Maria della Pace; Morte di s. Francesco Saverio, 1679, chiesa del Gesù; Gloria dei santi Ambrogio e Carlo, 1685-90, San Carlo al Corso), ritratti (Maria Maddalena Rospigliosi, Louvre; Andrea Sacchi, Prado; Cardinale Antonio Barberini, Roma, Galleria naz. d’arte antica) e cicli di affreschi celebrativi (Trionfo della Clemenza, 1673, Roma, palazzo Altieri; Nascita di Venere, 1680, Frascati, villa Falconieri)
Faustina Maratti, figlia naturale del grande Carlo Maratti, nacque a Roma nel 1679 da una relazione tra il pittore con la popolana Francesca Gommi.
Unica figlia di Carlo Maratti, Faustina fu riconosciuta come legittima nel 1698.
Faustina Maratti era un’artista dedita alla poesia ed ebbe come maestro il poeta A. Guidi. Grazie alla sua influenza, il 2 maggio 1704 fu introdotta in Arcadia, con il nome di Aglauro (talvolta Aglaura) Cidonia. Qui conobbe suo marito Giovan Battista Felice Zappi, anch’egli poeta, che già a quel tempo aveva ricevuto numerose cariche amministrative.
Oltre ad essere intelligente, Faustina Maratti era anche una donna avvenente e nel periodo precedente la sua ammissione presso l’Arcadia, attirò l’attenzione di Giangiorgio Sforza Cesarini. I due giovani si erano conosciuti a Genzano, dove il padre di Faustina aveva fatto costruire il suo ritiro, e forse avevano continuato a incontrarsi a Roma, anche se nessuna notizia certa si può riportare sull’effettivo coinvolgimento sentimentale.
L’aggressione ebbe luogo il 29 maggio 1703 nei pressi del Quirinale, mentre Faustina Maratti si recava a messa nella chiesetta del convento di S. Anna con la madre, una cameriera e due servitori. Faustina Maratti si difese riuscendo a divincolarsi ma riportò una ferita alla tempia e forse proprio questo fece desistere Giangiorgio dal portare a termine il ratto.
In seguito al tentativo di sequestro, Carlo Maratti abbandonò per sempre Genzano, allora terra dei Cesarini, e papa Clemente XI Albani, protettore del pittore, appoggiò le sue istanze affinché l’aggressore fosse punito. In prima istanza furono decretate la confisca dei beni, la pena di decapitazione e una grossa taglia sulla sua testa, poiché Giangiorgio si rese da subito irreperibile.
La condanna fu in seguito mitigata, anche per intervento dello stesso Maratti, spaventato dalle malevole voci sul conto della figlia.
Giangiorgio Sforza Cesarini, solo nel 1718, quarantenne, poté rimettere piede a Roma ed ottenere il perdono della Maratta, allora felicemente sposata, e del papa Clemente XI.

Virginio Monti (1852-1942)
Virginio Monti è stato un pittore di ottima fama e conosciuto soprattutto nell’ambito della pittura ecclesiastica romana. Nacque a Genzano di Roma, figlio di Andrea Pietro Monti e Rosa Feliciani; si dedicò subito alla pittura ed al disegno, collaborando in Roma nella bottega del padre, anch’egli pittore, e poi nella bottega del pittore Pasqualoni. Verso il 1870 passò poi nello studio del pittore ferrarese Alessandro Mantovani dove partecipò al restauro degli affreschi delle Logge Vaticane.
Coinvolto da Alessandro Mantovani nell’orbita Vaticana, Monti entrò nelle grazie di Papa Leone XIII che lo nominò Pittore Ufficiale della Chiesa Romana. Pittore collocabile nel filone purista e nazareno che si richiamava all’accademismo dei pittori di metà Ottocento, può essere definito “pittore ecclesiastico” con lo scopo di recuperare la vera tradizione italiana. Affrescò numerose chiese romane e lo stesso papa Leone XIII, nel 1881, lo inviò nella sua città natale, Carpineto Romano, per eseguire opere di decorazione per le chiese di questa cittadina.
Nel 1885, assieme al cognato Eugenio Cisterna dipinse le lunette della Cappella del SS. Salvatore della Chiesa di Santa Maria della Cima.
Il disegno di Monti nella volta della sala adiacente a quella della Maggioranza, nel ministero delle Finanze, denota una cultura in grado di filtrare la grande pittura del Cinquecento alla luce del classicismo seicentesco e settecentesco ed evoca l’ancora perdurante insegnamento accademico di Carlo Maratti, il quale, proprio a Genzano, aveva eseguito decorazioni a grafite (oggi scomparse) sulle pareti del salone grande del Casino Maratti
Nel 1901 Virginio Monti fu ammesso all’Accademia dei Virtuosi al Pantheon.
Alcune delle oper più importanti:

  • Affreschi del coro della Chiesa del Corpus Domini (Roma) (1893)
  • Pala “Martirio di Santo Stefano” nel coro della Chiesa di Santo Stefano (Ferrara)
  • Cappella dell’Annunciazione della Chiesa di Santa Maria dell’Orto
  • Affreschi nel Presbiterio del Santuario della Madonna del Buon Consiglio in Genazzano (1880 – 1881)
  • Affreschi della volta della chiesa di Santa Maria Maddalena in Bologna (1895)
  • Affreschi nella Chiesa di San Giorgio al Palazzo in Milano (1891)
  • Affreschi nel Santuario della Madonna della Delibera in Terracina (1896) e della chiesa di San Salvatore (1912 – 1913) (LT)
  • Affreschi Duomo di Osimo (1895 – 1900)
  • Affreschi nella Cappella del Sacro Cuore nella parrocchia Camberwell New Road a Londra
  • Decorazione interna della Cattedrale di Saint Louis nel Missouri, Stati Uniti
  • Decorazioni (dal 1906 al 1909) della Chiesa Collegiata di Santa Elena a Birchircara, isola di Malta
  • Decorazioni (1930) delle chiese di Gozo, isola di Malta – Xara Monumental Church, Kerċem’s Perisch Church, In Nazzarenu Church
  • Decorazioni con raffigurazioni dei Paesaggi del territorio dei Castelli romani (primo quarto del XX secolo) di una sala del Palazzo Lercari (attuale Episcopio) ad Albano Laziale

Luigi Moretti (1907-1903)
Nato, vissuto e morto a Roma, in Via Napoleone III nel quartiere Esquilino, Luigi Moretti fu uno dei più grandi e talentuosi architetti italiani del ‘900, nonché un teorico dell’architettura, figlio naturale dell’architetto Luigi Rolland. Si affermò presto con la Casa della Gioventù in Trastevere, la Casa delle armi e la sistemazione del piazzale antistante il Foro Italico.
Oltre a quella di una maestria ragguardevole nel mestiere, la grandezza di Moretti fu anche quella di rimanere protagonista indiscusso dell’epoca sia durante il fascismo che successivamente, nel dopoguerra e negli anni Sessanta, mantenendo tra l’altro sempre ottimali rapporti con il potere. Proprio i suoi legami con la politica hanno spesso influenzato il giudizio attribuito alla sua carriera, tanto da non riconoscergli il posto che egli riuscì invece a conquistarsi grazie alla sua opera. Moretti ebbe infatti una vita artistica e politica molto intensa, costellata di successi internazionali come pure di diffidenze incontrovertibili nella considerazione della critica, soprattutto quella partigiana antifascista. Nel 1945 subì addirittura una incarcerazione per i suoi collateralismi con ambienti vicino alle velleità di ricostituzione del partito Fascista.
Fu durante il periodo dell’ante guerra, precisamente dal 1937 al 1942, proprio quando l’edilizia italiana subì un arresto a causa della guerra, che Luigi Moretti progettò un insediamento residenziale per Galloro, ad Ariccia, nei Castelli Romani da lui amati intensamente.
Questi sono anni decisivi per la sua vita e sua la carriera tra i quali annoveriamo il capolavori per la GIL a Roma. Nei lavori per il Galloro non troviamo i segni delle sue innovazioni e scelte coraggiose, ma si “fa prevalere la suggestione dei luoghi sulla ricerca formale, i rimandi mitologici e storici alle novità ardite e si comporta più come un letterato che come un architetto, volutamente, coscientemente, elegantemente, spregiudicatamente“ (Daniela De Angelis, 2010)
A Genzano Moretti progetta e dirige i lavori del villino, sito in Via Achile Grandi, del colonnello Giovanni Graziano, opera del 1963, pressoché sconosciuta alla critica e inedita, di cui si pubblicano in questa pagina per la prima volta alcuni disegni.
Nel 2014 il Comune di Genzano ha dedicato a Moretti un appuntamento nel ciclo di conferenze Luoghi di memoria, in cui è stato anche presentato il volume di Daniela De Angelis “Luigi Moretti e i progetti per Galloro 1937-1942”.
Alcune delle opere:
Tra le altre opere da ricordare del grande architetto, postume al periodo razionalista, si ricordano la Villa Saracena a Santa Marinella (1954-57), il quartiere del Villaggio Olimpico per le olimpiadi di Roma del 1960, il quartiere residenziale Watergate a Washington (1961), le Fonti di Bonifacio VIII a Fiuggi (1963-69) e la Tour de la Bourse di Montreal (1961-65), grattacielo di 190 metri progettato insieme a Luigi Nervi.

Anthony Quinn (1915-2001)
Il famosissimo attore messicano naturalizzato statunitense, visse a Genzano per diversi anni. La sua villa, stimata nel 1997 oltre 9 miliardi di lire, conta 20 stanze un’enorme piscina e un bellissimo parco ed è stata in seguito denominata Villa Quinn. Anthony amava l’Italia e Genzano, in particolare la cucina: divenne assiduo frequentatore di ristoranti rinomati e in alcuni di essi è possibile trovare le sue foto con i proprietari.
La vita sentimentale di Quinn fu molto movimentata: ebbe ben tredici figli e tre matrimoni. Il divorzio dalla seconda moglie, la costumista italiana Jolanda Addolori gli costò la villa genzanese e le testimonianze negative da parte dei figli, schierati con la prima e la seconda moglie.

Frederick Rolfe (1860-1913)
“Il più amaro dolore è vedere chiaro, eppure essere incapaci di fare qualche cosa”
(F. Rolfe, Il desiderio e la ricerca del Tutto, Longanesi, Milano 1963)
Federick William Rolfe o, come preferiva essere chiamato, Baron Corvo, fu uno scrittore e fotografo inglese.
Scritto negli ultimi anni di vita, Il desiderio e la ricerca del Tutto (Longanesi, traduzione di Bruno Oddera) è il capolavoro di Frederick Rolfe: raffinato, profondo e simbolico.
Molto affascinante e dotato, Baron Corvo era omosessuale e molti suoi testi sembrano una ricerca di senso e una descrizione raffinata dell’omosessualità. Il suo controverso rapporto con il cattolicesimo (Rolfe si convertì nel 1886) ha costellato buona parte della sua vita: l’ambizione di diventare sacerdote si scontrò con la poca dedizione alla teologia e con i suoi costumi che lo portarono ad essere espulso in malo modo dal seminario per ben due volte.
Baron Corvo era uno pseudonimo che egli riteneva di aver ereditato da una famiglia italiana. Molti lo attribuiscono invece alla Duchessa Carolina Shirley Sforza-Cesarini, con cui Rolfestrinse amicizia in prima istanza in quanto inglese convertito. Ormai vedova del marito Lorenzo, la duchessa Sforza Cesarini, amante della buona compagnia e della cultura, diede rifugio a Baron Corvo quando egli, nell’estate del 1886, venne cacciato dal seminario, prima nella sua villa a Corso Vittorio Emanuele a Roma, e poi a Palazzo Sforza Cesarini a Genzano. L’estate che trascorsero insieme fu piacevole e Baron Corvo ebbe libero accesso agli archivi e alle biblioteche della famiglia Sforza-Cesarini. In questo periodo Rolfe produsse articoli e fotografie che spedì a riviste e periodici inglesi, mentre le passeggiate tra i castelli romani gli diedero l’ispirazione per “Stories Toto Told me”, dove Todo era il nome del capo di un gruppo di circa otto ragazzi che lo accompagnavano in queste esplorazioni.
Quando l’estate finì, però, Baron Corvo tornò in Inglilterra e la Duchessa continuò per un periodo a essere sua protettrice e finanziatrice, almeno fino al 1891, quando si rese conto che Rolfe stava mettendo a dura prova le sue finanze.
Prima di interrompere definitivamente i rapporti con lui, la duchessa lo ammonì invitandolo, senza grande successo, ad una vita meno dissoluta e inconcludente. Rimase sempre più isolato fino alla morte, sopraggiunta nell’amata Venezia il 25 ottobre 1913, ridotto in povertà a vivere su una gondola fatiscente.

Gustav René Hocke
“Il biografo del Grottesco”
Gustav René Hocke (Bruxelles, 1 marzo 1908; Genzano di Roma, 14 Luglio 1985) è stato un giornalista tedesco, scrittore e storico culturale.
E’ conosciuto nel mondo degli studiosi della storia dell’arte soprattutto per i suoi testi magistrali sul manierismo dal titolo: Il Mondo come Labirinto, del 1957 e il Manierismo nella letteratura, del 1959.
Altra opera importante di Hocke è Il Dio Danzante del 1948, un romanzo storico che è anche e soprattutto una rappresentazione critica del Nazionalsocialismo.
Ma fu principalmente dopo la fine della guerra, proprio a Genzano, che iniziarono per l’autore gli anni più produttivi: ciò che doveva essere un saggio sulla storia dell’arte del tardo Rinascimento, diventò un libro di culto. Con Il Mondo come Labirinto e il Manierismo nella Letteratura Hocke pose delle pietre miliari nella storiografia del manierismo.
Gustav René Hocke ha scritto anche altri libri di successo: i Diari Europei (1963), che rappresentano la prima antologia scientifica di diari europei dal Rinascimento fino ai giorni nostri;
Nel 1975 fu pubblicato il volume La Pittura Contemporanea: il Neomanierismo. Dal Surrealismo alla Meditazione.
Visse fino alla sua morte a Genzano. Poco prima di morire, il 14 luglio 1985, era riuscito a portare a termine la sua autobiografia dal titolo All’ombra del Leviatano, che ancora anni dopo la sua morte hanno avuto una notevole risonanza mediatica.
Divertente l’incontro sulla piazza Tommaso Frasconi di Genzano tra due giganti della cultura tedesca del novecento, Michael Ende e Gustave René Hocke.
Ricorda Ende: «Era l’estate del 1970… ero seduto con mia moglie Ingeborg nella piazza di Genzano, al Caffè Nazionale, e bevevamo un caffè mentre aspettavamo Hocke, il quale aveva proposto di venirci a prendere lì, perché la strada per casa sua non era indicabile per telefono. Ero molto curioso di conoscere quest’uomo, le cui opere mi avevano profondamente impressionato (…). Avevo cercato spesso di immaginarmelo. In varie occasioni Ingeborg ed io ci eravamo chiesti che tipo fosse. Una cosa era per me certa: doveva trattarsi di una personalità straordinaria, a volte eccentrica, di quelle che in Italia si usa definire mostro sacro. Un mostro sacro del sapere, della cultura, della raffinatezza. Per qualche motivo avevo davanti agli occhi l’immagine di un uomo avanti negli anni, dal viso asciutto, con un’aria ascetica, alto e con un portamento leggermente piegato in avanti, possibilmente con una capigliatura arruffata bianca o grigia, che avvolto in una vestaglia di seta verde passava il suo tempo in una biblioteca a più piani, intento a sfogliare con le sue dita ingiallite dalla nicotina dei preziosi tomi (…). La sua casa doveva essere un po’ tetra e trascurata, forse un piccolo palazzo semidiroccato, con degli affreschi sbriciolati sui soffitti (…). Mentre ce ne stavamo seduti al nostro tavolino plastificato del Caffè Nazionale in attesa di un uomo di quel tipo, osservavo un turista tedesco che sul lato opposto della piazza si guardava intorno con in mano un sacchetto per la spesa. Si trattava di un uomo di statura piccola ma robusta, rotondetto e con un viso dal colore vistosamente roseo. Portava un paio di pantaloni di gabardina meticolosamente stirati e un giubbotto da aviatore di un giallo acceso. Lo indicai a Ingeborg, dicendole: Strano, i nostri connazionali si fanno riconoscere all’istante, in tutto il mondo. L’uomo nel frattempo ci aveva individuati e si diresse verso di noi. Scusate, siete voi i signori Ende? Annuimmo con la testa, con fare scostante.Strano, disse sorridendo con un’aria di leggera sufficienza. I tedeschi si riconoscono all’istante, dovunque. Il mio nome è Hocke».

L’anarchico insurrezionalista Ettore Gnocchetti (Genzano 31/10/1857 – Roma 13/10/1914)
Fabbro autodidatta, nato a Genzano nel 1857 da Vincenzo Gnocchetti e Camilla Gabbani. Si avvicina ai circoli anarchici e socialisti tipici del periodo e nel 1886 e a 29 anni, fonda il proprio circolo “XI Novembre”.
Partecipa con fermezza alle ribellioni operaie e per tale ragione sarà arrestato più volte. Tuttavia, in prigione il suo spirito combattivo non demorde e nel 1888 è a capo della Protesta degli Edili Romani.
Partecipa anche alla ribellione contro lo sfruttamento del lavoro bracciantile genzanese, con l’assalto ai forni per la razzia del pane, moti che lo condurranno all’arresto.
In carcere giunge alla conclusione che è necessaria un’insurrezione popolare affinché si abbattano le ingiustizie sociali.
Di nuovo libero, dal 1890 si dedica alla costituzione della Federazione Anarchica Romana. Continua senza sosta a partecipare alle lotte sociali e viene nuovamente arrestato nel 1894. Nel 1895 è assegnato al domicilio coatto secondo la “Legge Crispi” e in seguito viene deportato prima a Ustica, poi a Ponza. Susseguiranno altri arresti e deportazioni. Nel 1902 si imbarca per il sud America e in Brasile si unisce ai gruppi locali anarchici.
A causa della tubercolosi, ritorna in Italia nel 1903. Nonostante la sua salute malferma, Gnocchetti prosegue nella sua lotta e pubblica clandestinamente diversi opuscoli anarchici.
Nel 1911 viene invischiato in un’accusa di stampe di carte false di 50 e 100 lire. Arrestato proprio a Genzano, Gnocchetti si dichiara innocente e viene rilasciato dopo breve tempo.
Nel 1914 pubblica il suo ultimo opuscolo politico e antimilitare “Disonoriamo la guerra”. Nello stesso anno muore all’età di 57 anni.

Stanislao Alberici Giannini (1840-1877)
Nato dal primo matrimonio di Anna Monti, l’Alberici Giannini acquisisce il doppio cognome in seguito all’adozione da parte del secondo marito della madre, il medico Palemone Giannini.
Influenzato dalle idee progressiste e dai valori risorgimentali del patrigno, l’Alberici Giannini diventa garibaldino insieme ai due fratelli minori nati durante il secondo matrimonio della madre.
A 23 anni si iscrive alla facoltà di Medicina presso l’Università di Bologna, ma diventa famoso come poeta e oratore politico seguace degli ideali di Giuseppe Mazzini.
Nel 1866 combatte per la liberazione di Venezia durante la Terza Guerra d’Indipendenza facente parte del gruppo garibaldino Corpo Volontari Italiani.
Dopo la conquista di Roma, gli ideali dell’Alberici Giannini si avvicinano all’anarchismo libertario di Bakunin. Nel 1970 dedica una canzone a Candido Augusto Vecchi, combattente assieme a Garibaldi della causa repubblicana a Roma nel 1848.
Nel 1872 fonda a Bologna l’associazione di liberi pensatori Fascio Operaio. Tra il 1874 e il 1875 compone la sua opera poetica più importante: l’inno all’Associazione Internazionale dei Lavoratori (conosciuta anche come Prima Internazionale) di cui è possibile ascoltare una versione cantata dal cantautore italiano Michele Luciano Straniero. Muore nel 1877 alla giovane età di 37 anni.

Gregorio Giannini (? -1875)
Medico genzanese, aveva una forte passione per la poesia e divenne famoso per i suoi versi composti su imitazione dei classici.
L’opera maggiore del Giannini fu una cantica in terza rima dedicata a Antonio Tosti, cardinale genzanese che contribuì alla costruzione dei ponti che collegano Ariccia e Genzano, nonché protesoriere del Papa Gregorio XVI.
Alcuni versi, probabilmente appartenenti alla cantica, del Giannini furono letti al Papa Gregorio XVI in visita a Genzano, durante la quale fu accolto molto calorosamente dagli abitanti, come ci testimonia Massimo Vittorio nel suo libro Relazione del viaggio fatto da N.S.PP. Gregorio XVI. alle provincie di marittima e campania nel maggio 1843.
Il Giannini, tuttavia, fu partecipe ai Movimenti del 1848-49 a Roma e alla Repubblica Romana. Per tale ragione fu costretto all’esilio in seguito alla restaurazione papalina.
Emigrò nell’attuale Istanbul, dove mise su famiglia e dove morì nel 1875.

Nazareno Scarioli (1898 – 1964)
deportato nei gulag sovietici per 17 anni
La vicenda di Nazareno Scarioli è paradigmatica di un certo clima che si è respirato in Italia nella prima metà del ‘900, fin oltre i fatti di Ungheria del 1956. Tra l’oppressione della dittatura fascista e l’illusione di aspettative palingenetiche attribuite ai regimi comunisti, la vita di Nazareno Scarioli si dipana in modo drammatico e a tratti surreale, comunque sempre come vittima del sistema da ambo le parti. Figura mai incline a compromessi nella sua tenace volontà di raccontare la verità anche a costo di esternare con coraggio la delusione per gli ideali così amaramente traditi.
È stato un cittadino genzanese, all’inizio fervente comunista e antifascista, iscritto al Partito Comunista fin dal 1921. Per questo motivo è stato perseguitato dal regime e rifugianto nella Russia di Stalin nel 1925. Tuttavia, all’epoca, l’Europa non era consapevole del terrore che Stalin esercitava nell’Unione Sovietica, né tantomeno ciò poteva essere noto al povero Scarioli.
Nel ’37 cadde vittima della “grande repressione” o “Grande purga”, come centinaia di profughi politici italiani. Fu condannato a cinque anni dalla Nkvd staliniana sotto l’accusa di “attività controrivoluzionarie” e deportato alle miniere d’oro di Kolyma, nel Circolo Polare Artico. Nel 1950, quando ancora si trovava in Russia, venne arrestato una seconda volta.
Nella comunità italiana in Russia, in quegli anni, tutti nutrivano sospetti su tutti. Il responsabile comunista Paolo Robotti, cognato di Togliatti, annunciò al gruppo italiano l’arresto, in quanto nemici del popolo, di 36 emigrati che lavoravano in una fabbrica di cuscinetti a sfere. Robotti costrinse i presenti ad approvare l’arresto di questi operai conosciuti da tutti. Durante la votazione per alzata di mano, Scarioli votò contro. Fu arrestato la sera del giorno dopo. Torturato alla Lubjanka, firmò una confessione. Deportato nella Kolyma, fu messo a lavorare in una miniera d’oro. Nel 1950 Scarioli lasciò la Kolyma, ma rimase a lavorare in Siberia, schiavo dei sovietici. Solo nel 1954 fu liberato e riabilitato da Malenkov, con un esiguo gruppetto di altri italiani, per «mancata dimostrazione dei capi d’accusa». Aspettò altri sei anni il visto per tornare in Italia con una misera pensione nel 1960.
Tornato in Italia, venne definito “vecchio matto” dai suoi stessi concittadini, subendone l’ostracismo e il disprezzo, in quanto la terribile realtà sovietica non era conosciuta o non si amava sentire amare verità sull’Unione Sovietica. I racconti di Scarioli venivano considerati solo farneticazioni.
Nel 1956 il nuovo presidente sovietico Krusciov denunciò nel XX Congresso del PCUS le violenze del regime di Stalin e la verità venne a galla: le parole di Scarioli non erano le parole vuote di un “vecchio matto”, ma di un uomo che visse i più terribili orrori esistiti nel più buio periodo del XX secolo.
«A Mosca eravamo seicento italiani, quasi tutti arrestati al tempo della grande repressione. Siamo rimasti vivi in pochi. Venivano e t’arrestavano, senza dire niente. Ti mandavano a Vladivostok, poi ti chiamavano per nome e cognome: Nazareno Scarioli, cinque anni a Kolyma. Era un Lager dove d’inverno facevano 60 e 70 gradi di freddo. Ci restai per tredici anni; alla fine pesavo trentasei chili…». Queste le parole di Scarioli quando venne intervistato, molti anni dopo da Alberto Ronkey che si recò a Genzano e lo trovò ormai malato a letto. «A un uomo chiuso in carcere e infamato dagli amici stessi non resta davvero più niente. Fra il nazifascismo e lo stalinismo, gli anni dal ’20 al ’50, in cui ci è toccato vivere, sono stati forse i peggiori conosciuti nella storia: ecco perché ci è intollerabile che oggi qualcuno venga a dire: ‘È finita, parliamo d’altro’». (Alberto Ronchey, 1973)