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Comune di Genzano di Roma

Le vie cittadine

Le Olmate

Prima metà del XVII e l’inizio del XVIII secolo
Lunghi viali alberati che regalano momenti di naturalità e relax, sono stati definiti dall’archeologo Nicola Ratti «delizia de’ villeggianti e meraviglia de’ forastieri».

L’origine risale a metà del ‘600, quando Giuliano Cesarini, figlio del duca Giangiorgio, decide di aggiungere al primo nucleo medioevale un sistema di triangolazioni di strade con lo scopo di unire Piazza Dante, la chiesa dei Cappuccini, Palazzo Sforza Cesarini e il duomo vecchio. Elementi bucolici all’interno di un contesto urbano moderno, rappresentano un itinerario incantevole che cambia colore in ogni stagione dell’anno.
Attualmente è pedonalizzato il tracciato centrale, da piazzale Brennero a piazza D. Alighieri.

Le Olmate rappresentano per Genzano il principio di distinzione indubbiamente più evidente della sua identità urbana. Più che i singoli monumenti, infatti, è proprio il disegno urbano complessivo, almeno per ciò che riguarda la città storica, ad esprimere un’impronta decisiva e permanente dei caratteri dello spazio urbano e che, come sottolineato dai numerosi studi a carattere storico, fanno di questa città un esempio prestigioso nel panorama non soltanto laziale.

L’origine delle Olmate risale, come è noto, a metà del ‘600, quando in alternativa ad una precedente villa in costruzione dal 1629 circa ad opera del Duca Giangiorgio Cesarini, nell’area di quella che un tempo era la Villa degli Antonini, il figlio Giuliano realizza i viali alberati con una organizzazione spaziale a tridente.
Gli storici del tempo definivano le Olmate come una Villa.

L’idea di tracciare dei viali rettilinei che congiungano luoghi significativi della città non è nuova. Essa riporta ad esperienze tardo-cinquecentesche romane, dal celebre piano sistino, alla villa Montalto, sempre a Roma di Domenico Fontana ed alla villa Aldobrandini a Frascati. Né, evidentemente, la figura del tridente viario è una novità, considerati proprio gli ultimi due esempi citati. Ma l’originalità di Genzano consiste nell’assumere la struttura reale del paesaggio circostante ed elevarla a sistema, proprio attraverso l’intreccio di assi viari e costruzioni prospettiche (il rilievo di Monte Due Torri, la collina di Colle Pardo, la Chiesa dei Cappuccini, il fondale del Palazzo Sforza Cesarini). Il punto di vista, come è tipico della sensibilità artistica e culturale propriamente barocca, è il principio di organizzazione spaziale. Il punto di vista organizza il territorio e lo mette in scena, elevandolo a sistema. Verrebbe da dire che la Villa non sono le Olmate in se stesse, ma è il territorio circostante che appare nelle sembianze di una Villa attraverso l’espediente delle Olmate.
I viali alberati sono il dispositivo attraverso cui il paesaggio si presenta come sistema intelligibile nelle sue reciproche relazioni. Ne consegue l’acquisizione più originale e rilevante che vede nell’impianto urbano di Genzano una dilatazione a scala territoriale dei principi di costruzione della villa storica.

La funzione storica ed il ruolo urbano delle olmate è, ancora oggi, quello di tenere insieme porzioni del territorio cittadino ormai internamente differenziate, mediante una figura urbana unificatrice dai caratteri omogenei. Dalla città compatta sette-ottocentesca, alla città estensiva dei primi decenni del ‘900, agli insediamenti intensivi del secondo dopoguerra.

La storia

Nel 1638, Giuliano Cesarini (1618 – 1665) ordina alla comunità di Genzano di “far la piazza fora del portone e metter l’olmi per la strada”. In tal modo al primo ed originario nucleo, costituito dal complesso di case disposte all’interno del recinto murario fortificato, si contrappone, alla metà del XVII sec., una concezione urbana programmaticamente antitetica allo spazio chiuso ed introverso della città medievale, espressione di una nuova urgenza culturale: proiettare sul territorio i principi di un nascente ordine sociale ed economico, opponendo all’antica chiusura urbana un sistema aperto e policentrico, come metafora di una nuova condizione esistenziale.
Tra la fine del sec. XVII e l’inizio del XVIII, venne completato un secondo tridente a carattere urbano, che si innestò all’interno di quello più vasto, a carattere paesaggistico, costituito dalle Olmate (stradoni fiancheggiati da olmi). Furono Donna Livia insieme allo zio Filippo, i principali artefici che portarono a termine nel 1708 la costruzione di Genzano Nuova, impiantata sul precedente sistema di triangolazioni, secondo il piano ideato da Giuliano.
I riferimenti culturali e simbolici alla base delle olmate sono evidenti, quanto importanti e rimandano evidentemente, secondo la sensibilità del tempo, all’intreccio natura-artificio e all’allusione a componenti della storia e dei miti locali (la triforme natura della dea Cynthia-Diana, divinità del Nemus aricinum);
Questo particolare impianto urbanistico, fu coordinato con tutta probabilità da alcuni noti architetti romani del periodo, tra cui il Peparelli, il De Rossi, il Mattei e, infine, Ludovico Gregorini. Un impianto innovativo per l’epoca, caratterizzato da un duplice trivio (tridente olmato e tridente edificato), che suscitò anche l’ammirazione di molti artisti del tempo, tra i quali Carlo Maratta, che qui si stabilì e risiedette per diversi anni.

Via Livia, oggi via Belardi: la via della Bellezza 

fine XVII-inizio XVIII sec
La via Livia, come più piace chiamarla ai cittadini genzanesi, è stata l’asse principale del tridente sei-settecentesco voluto dai Cesarini tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo.

Su questo asse si sono stratificate, non casualmente, funzioni centrali primarie ed architetture di eccellenza come il Palazzo Comunale, che ospita la sede municipale, il Casino Maratti le Fontane Clementine, ma anche manifestazioni di alto valore storico-artistico come l’Infiorata. È famosa, infatti, perché è la strada che ospita il tradizionale e spettacolare tappeto floreale fin dal 1778. È infinitamente riproposta e consolidata nell’universo mediatico, come la culla dell’Infiorata.

L’estensione di via Livia è di circa 235 metri in lunghezza e il dislivello tra i due fuochi del rettifilo, la piazza antistante la Chiesa della S. Maria della Cima e quella della Fontana di S. Sebastiano, è di circa 19 metri.
Ciò conferisce a questo invaso urbano una “prestanza scenica” che trova, proprio nella annuale manifestazione dell’infiorata, un’occasione particolarmente calzante, che è tipica di molti spazi barocchi e della loro vocazione ad esaltare le caratteristiche del luogo anche attraverso le manifestazioni effimere che in essi si svolgono.

Via Livia fa parte dell’impianto urbano complessivo della Genzano barocca, pensato dai Cesarini alla metà del 1600. Si suppone che alla base di questo disegno della città ci sia stato un vero piano urbanistico, che ha guidato le azioni dei Cesarini per un arco di tempo di circa settant’anni. Dalla progettazione delle Olmate, alla realizzazione di via Livia e via Sforza (oggi via Buozzi).

Venne tracciata sotto Filippo Cesarini e continuata da Livia, per attuare un piano, come detto, già probabilmente immaginato da Giuliano Cesarini. Da numerosi conti e ricevute rinvenuti presenti nell’Archivio Sforza-Cesarini, che vanno dal 1685 al 1696 circa, risulta attivo l’architetto romano Tommaso Mattei (1648-1726), quale architetto designato dai Cesarini per la direzione artistica delle quinte stradali. Al Mattei sono da ricondurre altre importanti fabbriche locali quali il campanile della collegiata di Lanuvio, il casino che il pittore Carlo Maratti (1625-1713) fece costruire intorno al 1690 sulla medesima Via Livia.

Via Sforza, oggi via Buozzi: la storica via dell’Infiorata

inizio XVIII sec
Via Sforza, oggi via Bruno Buozzi, collega con un’asse rettifilo la piazza T. Frasconi (attraverso la piazza IV novembre) con l’olmata di mezzo, oggi via Don Morosini.

La relazione tra piazza e strada è marcata dalla presenza della fontana di S. Sebastiano. Il monumento di maggior rilievo è sicuramente Palazzo Jacobini , fatto costruire da Giovanni Jacobini nel 1707. La sua estensione è di circa 200 metri in lunghezza, e 12 in larghezza ed è contraddistinta dalla presenza di palazzetti in linea di due o tre piani al massimo. Rispetto a via Livia, asse centrale del sistema urbanistico realizzato dai Cesarini, via Sforza è più domestica, quasi esclusivamente residenziale. Questa sua dimensione è marcata dalla mancanza di una conclusione scenografica verso le Olmate. Soltanto agli inizi dell’800 si decise di sistemare il punto finale dell’olmata, con una fontana in peperino su una gradonata di raccordo.

L’ultima guerra ha segnato profondamente la struttura di via Sforza, tanto che essa non ha mantenuto il suo originario tessuto edilizio, così come invece accaduto a via Livia (oggi via Belardi). Questo non toglie che ci siano edifici di rilievo storico architettonico che presi singolarmente superano il valore di quelli presenti in via Livia. Primo tra tutti, Palazzo Jacobini sopracitato.

La storia

Via Bruno Buozzi è il secondo tracciato del tridente sei – settecentesco voluto dai Cesarini, ma ha svolto un ruolo secondario rispetto a quello di Via Livia e a quello, ancora precedente, dei Cappuccini.
Via Sforza deve il suo nome a Federico Sforza (1651-1712), marito di Livia Cesarini.
Ludovico Gregorini (1661-1723), architetto all’epoca coordinatore dei lavori urbanistici per conto degli Sforza Cesarini ha armonizzato i diversi interventi su via Bruno Buozzi imprimendo allo spazio urbano valori architettonici omogenei.
La presenza tecnica e la volontà di omogeneità degli Sforza-Cesarini è confermata dalle scelte dalla presenza di un meccanismo burocratico attraverso cui il duca, in questo caso Federico Sforza, rilasciava il permesso (concessione o patente) concedendo gratuitamente il sito per fabbricare a colui che ne faceva richiesta, a condizione che venisse rispettato il disegno dell’architetto preposto dalla casa Sforza Cesarini..
Questo meccanismo ha consentito all’edilizia storica del tridente, soprattutto Via Livia, Via Sforza e l’inizio di Via dei Cappuccini, di esprimere un paesaggio urbano omogeneo, pur con i suoi accenti, le sue pause, i suoi ritmi.

Via Appia

Via Appia, tra il XIX e il XX miglio
All’interno del territorio comunale di Genzano si conserva un tratto di strada dell’Appia Antica, quello compreso tra il XIX e il XX miglio e le tracce di alcuni diverticoli che si diramavano dalla medesima via.

Dopo essere risalita da Vallericcia, la via Appia divergeva leggermente a sud per aggirare Colle Pardo, nei pressi del quale si trovava il XVII miliario. Da qui, riprendendo il suo andamento rettilineo, attraversava di mezza costa il territorio di Genzano, percorrendo e costeggiando il territorio del Sublanuvium, che, secondo alcuni studiosi, era luogo della stazione postale della città di Lanuvio.
All’altezza del XVII miliario, si staccava uno di questi diverticoli, rinvenuto agli inizi del secolo durante alcuni lavori per la posa di condutture di acqua potabile e ora visibile presso il parco comunale dell’anfiteatro, all’inizio e parallelo all’Olmata centrale.
Secondo alcune ipotesi esso è da identificare con il clivus Aricinus o Clivus Virbii che conduceva al Tempio di Diana Aricina. Marziale descrive questo tratto di strada brulicante di “importuni accattoni” che in vicinanza del santuario attendevano dai fedeli l’elemosina. Superato il clivus Aricinus, il percorso della Via Appia Antica è stato ricalcato dalle odierne Via Romana e Via Alcide De Gasperi e, più oltre, da Via Emilia Romagna. Da questo rettifilo, si staccava il secondo diverticolo, rintracciabile grazie a due tratti venuti alla luce negli anni recenti (in VIa Toscana e nei pressi del centro COOP) e che conduceva al complesso della villa degli Antonini.

Il tratto della Via Appia Antica che si conserva nel suo originario basolato, si trova presso la collina di Montecagnoletto e ha suscitato nel corso del tempo un certo interesse presso gli studiosi essendo stato oggetto di numerose indagini (Colburn, 1914; Tomassetti, 1910). Oltrepassata la località delle Fornaci, la via Appia Antica confluisce nella via Appia Vecchia, nel rettifilo dominato dal Castello di S. Gennaro.
La strada, pur necessaria di interventi di manutenzione e restauro, è in discreto stato di conservazione per circa 250 metri, sia per la sede carrabile lastricata, larga quattro metri circa, sia per la presenza, in alcuni punti, del relativo marciapiede.

Cippo Miliare